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Digital advertising, la nuova sfida è catturare l’attenzione: la soglia dei 2,5 secondi
Nel digital advertising non basta più essere visti: secondo Angela Bersini di The Trade Desk, l’attenzione diventa decisiva per generare ricordo, brand awareness e valore reale per i marchi
Nel mondo della pubblicità digitale, essere semplicemente presenti non basta più. In un ecosistema saturo di stimoli, piattaforme, formati e messaggi, il vero valore di una campagna non si misura soltanto nella capacità di raggiungere il pubblico, ma nella possibilità di essere davvero notata, ricordata e associata correttamente al brand.
È questo il cuore della riflessione proposta da Angela Bersini, General Manager Italy di The Trade Desk, che mette al centro un concetto ormai sempre più decisivo per il settore: l’attention, ovvero la qualità dell’attenzione generata da un messaggio pubblicitario.

Angela Bersini, General Manager Italy di The Trade Desk
Non basta essere visti: serve lasciare traccia nella memoria
Per anni il digital advertising ha costruito molte delle proprie strategie attorno a una domanda dominante: quante persone può raggiungere una campagna? Una domanda ancora importante, ma non più sufficiente. Oggi, infatti, il punto cruciale è capire se un annuncio sia stato davvero percepito, se abbia superato il rumore di fondo e se sia riuscito a creare ricordo, familiarità e disponibilità mentale.
In altre parole, un’impression pubblicitaria che non resta nella mente del consumatore rischia di trasformarsi in un’occasione sprecata. Il valore non sta più soltanto nella quantità dei contatti, ma nella qualità dell’impatto.
Secondo la prospettiva illustrata da Angela Bersini, l’attention non deve essere interpretata come una semplice metrica aggiuntiva, ma come un cambio di paradigma: riportare la comunicazione pubblicitaria al suo obiettivo più importante, cioè costruire valore nel tempo.
La soglia critica dei 2,5 secondi
Uno degli elementi più rilevanti riguarda la durata dell’attenzione. Le evidenze indicano l’esistenza di una soglia particolarmente significativa: circa 2,5 secondi. Oltre questo limite, l’esposizione pubblicitaria inizia a contribuire in modo più concreto alla costruzione della brand awareness.
Al di sotto di questa soglia, soprattutto per i marchi che non sono leader nella propria categoria, il rischio è doppio: il messaggio può non essere ricordato oppure, ancora peggio, può essere attribuito a un brand diverso.
Il dato cambia il modo di guardare alle campagne digitali. Non è sufficiente che un annuncio venga tecnicamente erogato o visualizzato: deve riuscire a catturare attenzione per un tempo adeguato, generando una connessione minima ma reale con chi lo riceve.
Il paradosso degli investimenti pubblicitari
Il tema diventa ancora più rilevante se si considera che una parte significativa degli investimenti finisce oggi in ambienti e formati che non sempre garantiscono soglie di attenzione utili. Il risultato è un paradosso: i brand investono per essere più visibili, ma una quota di quella visibilità non contribuisce necessariamente a creare valore.
Da qui nasce la necessità di un cambio di prospettiva. La pianificazione non può più essere orientata solo alla massimizzazione della copertura, ma deve puntare a massimizzare la qualità dell’esposizione e la capacità di trasformare un contatto in memoria.
L’obiettivo non è soltanto raggiungere molte persone, ma raggiungerle nel momento, nel contesto e con il formato giusto.
Contesto, creatività e canale: l’attenzione nasce da più fattori
L’attention non è un indicatore binario. Non esiste una semplice distinzione tra annuncio visto e annuncio non visto. L’attenzione è il risultato di una combinazione complessa di fattori: formato creativo, canale, contesto editoriale, qualità dell’ambiente, momento di fruizione, livello di affollamento pubblicitario e predisposizione dell’utente.
Un messaggio inserito in un ambiente premium, scelto attivamente dall’utente e fruito con maggiore coinvolgimento, produce condizioni molto diverse rispetto a una pubblicità intercettata distrattamente in un flusso sovraccarico di contenuti.
È proprio qui che si gioca una delle principali sfide del digital advertising contemporaneo: distinguere la semplice esposizione dalla vera capacità di generare impatto.
Brand building e performance: un equilibrio necessario
Negli ultimi anni molte aziende hanno concentrato una parte crescente dei budget sul performance marketing, privilegiando obiettivi di breve periodo, conversioni immediate e attivazioni tattiche. Una scelta comprensibile, perché la misurabilità immediata offre sicurezza e risposte rapide.
Tuttavia, un eccesso di performance marketing rischia di restringere progressivamente il pubblico, concentrando gli sforzi sugli utenti già vicini all’acquisto e trascurando la costruzione della domanda futura.
Gli investimenti upper funnel, invece, lavorano su una base più ampia: costruiscono familiarità, reputazione, preferenza e disponibilità mentale. La performance non è alternativa al brand building, ma complementare. Funziona meglio quando può attivare una domanda che il brand ha già contribuito a creare.
In questa prospettiva, il bilanciamento più efficace viene spesso individuato in un rapporto vicino al 60/40 tra investimenti di brand e attività di performance, con adattamenti necessari in base al settore, alla maturità del marchio e agli obiettivi di business.
Misurare meglio per investire meglio
Per rendere questo equilibrio realmente efficace, non basta stabilire dove allocare il budget. Occorre capire quali contesti generano valore, quali formati producono attenzione e quale impatto hanno sulle performance di medio e lungo periodo.
La misurazione diventa quindi un elemento centrale. I modelli di Marketing Mix Modeling restano fondamentali per leggere l’effetto complessivo delle campagne nel tempo, ma devono essere affiancati da metodologie più agili, come geo-lift, conversion lift e test incrementali.
Questi strumenti permettono alle aziende di ottenere indicazioni più frequenti e operative, collegando la qualità dell’esposizione ai risultati concreti.
L’attenzione come risorsa scarsa
L’attenzione è oggi una risorsa limitata. Lo è per le persone, che scelgono con sempre maggiore selettività dove dedicare tempo e concentrazione. E lo è per i brand, che non possono più permettersi di disperdere budget in contatti privi di reale efficacia.
Il digital advertising è entrato in una fase di maturità in cui la semplice presenza non garantisce più risultati. Per essere efficaci, i messaggi devono essere rilevanti, riconoscibili, misurabili e capaci di costruire memoria.
Il futuro dell’efficacia pubblicitaria passerà proprio da questa capacità: combinare creatività, qualità dei contesti, dati, misurazione e trasparenza per trasformare l’esposizione in ricordo, il ricordo in preferenza e la preferenza in crescita.
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