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Economia digitale

Identikit delle imprese che si sono rivolte al fintech lending nel 2022

Secondo un’indagine di Opyn puntano alla sostenibilità ambientale ed energetica, iniziano a interessarsi alla transizione digitale, ma sono ancora lontane dalla parità di genere

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Fintech lending (© Depositphotos)

Sono in media imprese piccole, situate nel Nord-Ovest, nel Sud e nelle isole le 107 aziende che hanno risposto al questionario di Opyn, la fintech italiana specializzata nella tecnologia lending as a service che attraverso i fondi costituiti con banche, asset manager e corporate investe nelle imprese. Da questa indagine emerge il ritratto di un tessuto imprenditoriale consapevole delle sfide della crisi energetica e già attrezzato per affrontarle, che vuole rinnovarsi e crescere, anche per competere nel mercato internazionale, attraverso il digitale ma anche tramite una propensione alla sostenibilità. Una tensione verso il futuro che però è spesso frenata dal retaggio culturale e dalle difficoltà pratiche.

Dimensione, core business e distribuzione geografica del campione: qualche dato d’insieme

Le Pmi oggetto dell’analisi sono per lo più imprese che impiegano tra i 10 e i 50 addetti (45,2%), seguono le microimprese con meno di 10 addetti (43,3%), mentre l’11,5% impiegano tra i 51 e i 100 dipendenti. Anche per quanto riguarda la distribuzione geografica, le aziende sono presenti nella maggior parte nella zona del Nord-Ovest (32,7%), ma anche al Sud e nelle Isole con il 29,8%, mentre il 19,2% si trova al il Centro e il 18,3% al Nord-Est.

Per quanto riguarda i rispondenti, si tratta per la maggior parte di imprenditori (63,5%), seguiti da CEO (18,7%) e dirigenti (11,2%) di età variabile ma per il 60% compresa tra i 46 e 65 anni, uomini nel 78,5% dei casi.

La maggior parte delle Pmi investe in sostenibilità ambientale

Le piccole e medie imprese italiane che si rivolgono al fintech lending sono particolarmente attente al tema della sostenibilità: il 34,7% delle Pmi ha dichiarato di aver intrapreso un percorso mentre il 54,5% sta attualmente lavorando attivamente per metterlo a punto. La grande maggioranza delle Pmi che hanno già intrapreso un percorso di sostenibilità dichiara di puntare soprattutto su investimenti che abbiano un impatto in campo ambientale (91%), mentre il 31,4% delle aziende ha attivato piani in ambito sociale e l’11,4% relativi alla governance.

Di contro, però, solamente il 38,1% ha definito dei criteri di sostenibilità da applicare in fase di selezione dei propri fornitori. Solo il 10,9%, invece, dichiara di non essere interessata a investire in percorsi di sostenibilità.

Se nell’ambito della sostenibilità ambientale le Pmi italiane corrono veloci, c’è invece ancora molto spazio di crescita per quanto concerne la sostenibilità sociale, in particolare le iniziative di Welfare aziendale come, ad esempio, l’istituzione di asili nido interni, convenzioni sanitarie o di wellness e well-being. Infatti, delle Pmi intervistate, solamente il 38,1% ha dichiarato di averli attuati all’interno della propria azienda.

Le azioni delle imprese contro la crisi energetica

Le aziende italiane sono molto attente al tema della crisi energetica: sono numerose e variegate le azioni che le Pmi hanno messo in campo per ridurre i consumi a fronte della situazione globale.

La maggior parte delle aziende oggetto della survey ha dichiarato di aver investito nell’utilizzo di luci a led per l’illuminazione dei locali (66%), nell’introduzione di strumenti e regole contro lo spreco di energia elettrica (46,4%), di nuovi macchinari con maggiore efficienza energetica per la produzione (44,3%) e nell’adozione di fonti di energia rinnovabile come, ad esempio, l’installazione di pannelli fotovoltaici (33%). Gran parte delle imprese, inoltre, ha avviato una manutenzione e pulizia regolare degli impianti di produzione (37,1%), ridotto l’utilizzo di aria condizionata (30,9%) e ottimizzato i processi produttivi attraverso l’adozione di strumenti informatici come l’Internet of Things (14,4%).

I mercati di riferimento delle imprese italiane: soprattutto offline e domestico.

È interessante notare che il mercato di riferimento è l’Italia per il 60,6% delle Pmi intervistate, nonostante un terzo delle imprese (il 33,7% per l’esattezza) operi anche sui mercati internazionali. Solo il 5,8% dichiara di vendere soprattutto all’estero, sia in Europa che Extra Ue. Inoltre, la maggior parte delle aziende intervistate opera sia a livello B2B che B2C (47,1%) e una buona percentuale (ovvero il 38,5%) lavora solo nel mondo B2B. Invece, è soltanto il 14,4% delle aziende a operare esclusivamente nel B2C. Per quanto riguarda i canali di vendita, la grande maggioranza delle imprese che hanno risposto al sondaggio utilizza solo il canale offline (82,7%), mentre il 14,4% utilizza sia canale online che offline in egual misura e solamente il 2,9% opera interamente online.

Transizione digitale, tra interesse e ostacoli

Dall’indagine emerge come le Pmi italiane inizino a essere interessate a investire nel digitale ma si trovino in un terreno spesso troppo sconosciuto. Infatti, se il 59,2% delle aziende dichiara di non aver ancora investito in progetti innovativi legati al digitale, il 21,3% di queste afferma però che la ragione sia che “non sa da dove iniziare”. Tuttavia, ancora oggi vi è una fetta del 14,8% di Pmi che dichiara di non essere interessata alla transizione digitale. Resta comunque importante la percentuale di imprese (40,8%) che invece hanno realizzato progetti innovativi legati al digitale negli ultimi 12 mesi (come ad esempio CRM, automazione di macchinari, adozione del cloud, embedded finance, machine learning, etc). Ma quanto hanno investito? Sul totale degli investimenti fatti nell’anno, il 34,2% di queste Pmi ha dedicato al digitale oltre il 30%, il 26,8% una quota variabile dall’11 al 30% e il 39% delle aziende ha impiegato dall’1 al 10% delle risorse.

La (lunga) strada verso la parità di genere

Resta ancora molta strada da fare per il tessuto imprenditoriale italiano nel campo della parità di genere.

Da un lato, le donne sono presenti nelle aziende: nel 26,8% dei casi il personale complessivo dell’impresa è composto per oltre il 50% da donne e nel 18,6% dei casi la popolazione femminile si attesta tra il 31% e il 50%. Tuttavia, analizzando la composizione dei Cda, della dirigenza apicale e della proprietà delle aziende, emerge un quadro in cui c’è ampio margine di miglioramento: solo il 14,6% delle imprese che hanno risposto alla survey dichiara di avere un Cda composto da donne per oltre il 50% e un altro 15,7% risulta avere tra il 31% e il 50% dei componenti del consiglio di amministrazione di sesso femminile. Il 60,7% delle aziende, invece, dichiara di non aver alcuna donna all’interno del proprio Cda e, inoltre, nel 47,4% dei casi nessuna donna possiede quote della società e nel 35% delle aziende rispondenti nessuna donna ricopre posizioni direzionali. C’è però un 20,6% di imprese in cui le donne possiedono oltre il 50% delle quote aziendali, a cui si somma un 14,4% in cui le quote in mano alle donne sono tra il 31% e il 50%. Infine, la percentuale di aziende in cui oltre la metà delle posizioni direzionali è femminile si attesta al 21,7% e sono il 17,5% quelle in cui le donne ricoprono tra il 30 e il 50% di queste posizioni.

Le Pmi italiane hanno a cuore la sostenibilità ambientale, ma il percorso verso la parità di genere è ancora lungo

In conclusione, dall’indagine Opyn emerge un quadro abbastanza variegato: le piccole e medie imprese italiane oggetto della survey hanno per la maggior parte a cuore il tema della sostenibilità ambientale e sono generalmente predisposte a investire le proprie risorse e a mettere in campo iniziative e strumenti volti a ridurre l’impatto ambientale sul territorio sia sul breve che sul lungo periodo. A livello di innovazione tecnologica, nonostante venga considerata una leva utile a migliorare l’efficienza del proprio business in ottica di crescita ed espansione economica, le risorse in campo per strutturare un’adeguata transizione tecnologica sono ancora scarse ma emerge la volontà di aumentare gli investimenti in questo campo Infine, per quanto riguarda la parità di genere e le iniziative volte a ridurre il cosiddetto “gender gap” all’interno delle aziende, le sfide appaiono invece più difficili: se da un lato le donne sembrano incontrare minori difficoltà rispetto al passato nell’accesso al lavoro, dall’altro lato appare evidente la sottorappresentazione del genere femminile per quanto riguarda le posizioni direttive e apicali. Da questo punto di vista, le iniziative per la riduzione del divario di genere all’interno dei consigli di amministrazione e a livello di possibilità di carriera sono da considerare una sfida prioritaria per il tessuto imprenditoriale italiano.

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